ADOLESCENZA E COVID-19

È passato un mese da quando è esplosa l’emergenza sanitaria determinata dal covid-19, e la situazione di paura, incertezza e distanziamento sociale che stiamo vivendo sono andati ad impattare in modo drastico su tutti noi. In particolare l’impatto è forte su quella fascia di cittadini che stanno attraversando la fase di passaggio che li porterà all’età adulta. Parlo degli adolescenti, che si trovano a vivere un momento della vita in cui si va via via costruendo la propria identità, nuova, in evoluzione. Un processo che inizia all’interno dello spazio/famiglia, dove alterità ed esempio sono i mattoni e il cemento con cui costruire le fondamenta dell’individuo nuovo che sta crescendo, e che si sviluppa poi all’esterno, tra gli amici, nel gruppo dei pari. Famiglia come terreno di incontro e di scontro, all’interno della quale sperimentare salutari forme di confronto che contribuiscono alla formazione della soggettività individuale dei ragazzi. E amici, con cui confrontarsi e confortarsi sulle quotidiane quisquiglie o sui massimi sistemi.

Un momento della vita in cui sono fondamentali la condivisione, il divertimento, il confronto con i pari, i momenti di svago “sociale”, il ricorso ai luoghi di intrattenimento (ci vediamo al cinema, al centro commerciale etc.); un momento della vita in cui tutti questi elementi sono vitali perché vanno a costruire una parte della identità di individui adulti che stanno diventando. Un momento in cui ci si cimenta con un cambiamento importante: da “bambino” che ero ad “adulto” che sarò.

Proprio al di fuori della famiglia, in un ambiente diverso e insolito, si costruiscono legami, ci si incuriosisce a comprendere le esperienze proprie e altrui. Racconti di una quotidianità che accomuna, di sentimenti che agitano, di passioni che sbocciano, di strategie e di scelte; insieme, uniti dall’amicizia e dal desiderio di capire cosa si vuole essere “da grandi”.

Chiedere ad un adolescente di restare in casa (anche se per un motivo valido e assolutamente necessario), in quella stessa casa che è fonte di conflitti e regole, significa obbligarlo a restare chiuso in uno spazio che si satura di tensione. E lo è non per ragioni di rapporti familiari compromessi o instabili, ma lo è di default, indipendentemente dal modello relazionale instaurato all’interno delle mura domestiche, lo è per natura, lo è per cultura.

È l’età in cui si comincia a cambiare lo “specchio”, il bambino si osserva tramite lo specchio della famiglia per costituire la sua identità e, crescendo, l’adolescente si riflette nei pari per costruire la propria individualità.

Mentre obblighiamo i nostri ragazzi a restare a casa (rispettando un Decreto che esprime un dovere sociale necessario e inevitabile), dobbiamo contestualmente prendere consapevolezza che stiamo chiedendo loro di rinunciare ad una cosa che non ha precedenti. Nessun adolescente in nessuna epoca storica ha mai sperimentato o vissuto una situazione anche minimamente simile a quella attuale. Anche nei periodi più bui, come può essere una guerra o un conflitto non si è mai smesso di condividere le esperienze e i racconti del proprio vissuto.

A tutto questo si aggiunge un ulteriore elemento di riflessione: quale rapporto instaurare con la morte, che ci sfiora e ci appare così “tangibile”. Perché, a pensarci bene, uno degli atteggiamenti tipici dell’adolescenza è proprio lo sprezzo della vita e l’attitudine al duello con il pericolo. Sentimento che fa parte della fase di vita e che costituisce corredo irrinunciabile.

Che fare, allora, quando l’istinto adolescenziale spinge a “forzare” il blocco imposto dall’emergenza sanitaria sia per sfida nei confronti degli adulti sia per impulso naturale di ricerca del rischio? Lo so, la risposta non è così facile e, metterla in pratica, è cosa ardua: parole e spiegazioni, comprensibili dal punto di vista intellettuale, risultano indecifrabili dal punto di vista della comprensione profonda e dell’interiorizzazione, sembrerà banale, ma la spiegazione è che sono ragazzi e non sono ancora adulti.

Che fare?

Parlare, si, ma usando il loro linguaggio; spiegando che hanno tutta la nostra comprensione, che capiamo le loro necessità, prima tra tutte quella di creare, dentro casa, un loro spazio dedicato, in cui possano ritagliarsi un’area sicura, protetta, di privacy e di libertà. Ne hanno diritto.

Vanno spiegati loro i “come” e i “perché” senza calare dall’alto le informazioni, ma compartecipando, rendendoli protagonisti, guerrieri di questa battaglia senza quartiere, una guerra comune contro il covid-19. E deve rientrare tra le loro facoltà combattere questa battaglia all’interno di spazi propri, liberamente, senza giudizio.

La loro necessità di scalpitare non rappresenta necessariamente uno spirito di ribellione nei confronti della famiglia o delle istituzioni, ma è una necessità (all’interno dell’inarrestabile processo di crescita) cui l’adolescente non si può sottrarre.

Comprendendo, inoltre, che lo spazio e il tempo dedicati ai familiari non posso in nessun modo sostituire lo spazio destinato alle amicizie.

Aggiungo, infine: «… e meno male che ci sono internet e i social!». Tutto quello che, fino a ieri, era fonte di dissidio e scontro (quanto volte li abbiamo rimproverati per un uso smodato dei social!), oggi si trasforma in risorsa, un salvagente in un oceano di incertezze e segregazione (sempre a patto che si offra un adeguato e doveroso controllo). È il vantaggio di quest’epoca. E, allora, vanno sostenuti e incoraggiati a mantenere i loro momenti di incontro e a coltivare le relazioni con il gruppo consueto.

E sìano anche benvenuti i provvedimenti che prevedono diverse forme di apprendimento a distanza (e-learning) che permettono di proseguire con la formazione e l’istruzione.